Adoramus te Christe Perti - SATB e mp3 - Rehearsal
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Adoramus te Christe – Perti

Adoramus te Christe – Perti


Adoramus Te Christe Perti – MP3 e SATB

Il brano Adoramus Te Christe di Perti, disponibile in almeno 3 diversi arrangiamenti per coro, è un pezzo composto per le celebrazioni del Venerdì Santo, ma si presta anche come canto di Offertorio o Comunione.

Seguono i file mp3 per le voci singole:

Potete scaricare lo spartito SATB Adoramus Te Christe di Perti QUI.

L’Autore – PERTI, Giacomo Antonio

Nacque a Bologna il 6 giugno 1661. A otto-nove anni iniziò a leggere la musica sotto la guida dello zio Lorenzo Perti e a suonare il clavicembalo sotto quella di Rocco Laurenti; nel 1675 iniziò lo studio del contrappunto e, sedicenne, passò poi a Petronio Franceschini.

In un primo tempo l’inclinazione di Giacomo Antonio Perti per la musica fu avversata dai famigliari, i quali l’avevano indirizzato ad altra professione e all’amministrazione del cospicuo patrimonio; dal 1671 e per i successivi cinque anni egli aveva dunque studiato «grammatica e umanità» alla scuola dei Gesuiti, e quindi la «logica sotto il canonico Magnani di S. Petronio, e lettor pubblico». La formazione umanistica traluce non solo nei sonetti giovanili, ma anche nelle forbite relazioni tenute con potenti, notabili e istituzioni nell’arco della sua lunghissima carriera, e nei molti testi italiani e latini posti in musica a lui attribuibili.

Le prime composizioni musicali certe risalgono al 1678, quando Perti fece eseguire una propria messa in S. Tommaso del Mercato e firmò il mottetto a otto voci Plaudite, mortales. L’anno successivo si affacciò ai generi del dramma e dell’oratorio per musica. Nel marzo 1681 fu aggregato all’Accademia Filarmonica nella classe dei compositori. Da settembre-ottobre di quell’anno sino a febbraio-marzo 1682 soggiornò quindi a Parma, per perfezionare lo studio del contrappunto, sotto la guida del celebre Giuseppe Corsi, detto il Celano. Saggio dell’apprendistato di Perti sotto il Celano è la dotta Messa a otto voci del 1682; ne seguirono altre di crescente impegno compositivo.

Subito distintosi nel genere sacro, Perti avviò tuttavia la propria carriera soprattutto nei generi dell’opera, dell’oratorio e della cantata. Negli anni dell’egemonia di Giovanni Paolo Colonna, maestro di cappella in S. Petronio dal 1674, la città natale non poteva infatti offrirgli un magistero di cappella di spicco; analoga era la situazione a Modena. Fino alle soglie del nuovo secolo, la sua fama corse soprattutto per le accademie e le dimore nobiliari, tramite la ricca produzione di cantate, e per i teatri dell’Italia settentrionale.

Grazie all’intensa circolazione delle proprie musiche, Perti fu ammirato in centri importanti come Roma e Vienna. Divampata nel 1685 la nota polemica ‘delle quinte parallele’, Perti ebbe dunque maggior interesse a prendere le parti di Arcangelo Corelli,  anziché del concittadino Colonna. Nelle Cantate morali e spirituali (Bologna 1688), sua op. I dedicata all’imperatore Leopoldo I d’Asburgo, egli dichiarò poi di aver «procurato di seguitare alla meglio che ho saputo i tre maggiori lumi nella nostra professione», ossia i tre eccelsi cantatisti Luigi Rossi, Giacomo Carissimi e Antonio Cesti, nell’intento di rimarcare la propria vicinanza alla scuola romana. Con tali premesse, non sorprende che nel 1689 la Fabbriceria di S. Petronio bocciasse la sua candidatura al modesto ruolo di vicemaestro di cappella: quand’anche Colonna non si fosse opposto ad averlo per sostituto, egli, vincolato a frequenti impegni fuori città, non avrebbe potuto garantire la continuità di presenza necessaria a un ruolo vicario.

Si coglie il legame di Perti con la città natale, prima stretto e poi esclusivo. A Bologna si allaccia, per esempio, quasi tutta la sua produzione oratoriale coeva. Il legame con Bologna fu inoltre ribadito dall’attività di didatta. Soprattutto, l’auctoritas di Perti s’impose in seno all’Accademia Filarmonica: egli ricevette per sorteggio la carica di principe per cinque anni; e rivestì le cariche di consigliere, censore, collettore e ‘definitore perpetuo’ (cioè arbitro in dispute teorico-musicali) a partire dal 1719; partecipò infine con composizioni proprie alle celebrazioni di messa e secondi vespri officiate ogni anno in S. Giovanni in Monte, in onore del santo protettore Antonio da Padova. Nel 1690 fu eletto all’unanimità maestro di cappella nella cattedrale metropolitana di S. Pietro. Lasciò l’incarico dopo pochi anni: il 30 agosto 1696 (otto mesi dopo la morte di Colonna) fu infatti eletto maestro di cappella in S. Petronio, d’ufficio e senza nemmeno essersi candidato; preso servizio il 28 settembre e insediatosi al vertice della vita musicale bolognese. Il magistero in S. Petronio mal si conciliava con l’attività di operista nei teatri pubblici; ai successi romani seguirono dunque apparizioni più rare e defilate.

Alla volta del secolo, la produzione teatrale di Perti passò dal segno impresariale a quello mecenatesco. Dopo il 1696, infatti, l’ascesa di rango attirò sul musicista attenzioni invidiabili. Nel 1697 Leopoldo I gli offrì la direzione della cappella imperiale, ma egli fu costretto a rinunciare. Dal 1698 al 1712 Perti fu prediletto dall’estrosa e potente Aurora Sanseverino Gaetani dell’Aquila d’Aragona, duchessa di Laurenzana. Ancor più rilevante fu, a partire dall’anno 1700, l’attenzione rivoltagli dalla corte dell’erede al trono di Toscana, dapprima attraverso il castrato Francesco De Castris (fino al 1702), indi direttamente dal granprincipe Ferdinando de’ Medici (dal 1705 al 1710). Nel luglio 1703, mentre ritornava a Bologna da un soggiorno presso la Sanseverino, Perti fu richiesto a Firenze dal granprincipe, che dopo aver ascoltato un suo madrigale gli donò un anello del valore di 100 scudi  e lo inseguì con lusinghiere proposte d’assunzione. Dal 1704 al 1709 Ferdinando gli commissionò colossali mottetti encomiastici a cinque o otto voci, da eseguire nel genetliaco del granduca Cosimo III: le sei partiture (Gaudeamus omnes, Date melos, date honores, Cantate laeta carmina, Cessate, mortis funera, Canite, cives e Alleluia) spiccano nella produzione sacra di Perti e costituiscono un fulgido esempio della musica sacra di Stato in Italia. Poiché Perti non intendeva lasciare Bologna, nel 1705 il granprincipe gli affidò il giovane Francesco Maria Mannucci, nella vana speranza di vedersi formato un allievo degno del maestro. Dal 1707 al 1710 gli commissionò poi tutte le nuove opere da dare annualmente a Pratolino. Al periodo sanseveriniano-mediceo risalgono ulteriori strascichi della carriera teatrale. Pochi i nuovi oratori.

Terminata la stagione dei grandi mecenatismi nonché quella dell’attività teatrale, Perti si dedicò alle proprie cappelle musicali, non solo in S. Petronio, ma anche in S. Maria di Galliera, in S. Lucia, nella cappella del Rosario di S. Domenico e nell’Arciconfraternita di S. Maria della Morte. Con tale cumulo di impieghi Perti esercitò un’informale ma effettiva sovrintendenza sulla vita musicale bolognese, in modo tale che ogni celebrazione di rilievo fu marcata dal contributo suo o di suoi allievi e collaboratori. Al terzo decennio del Settecento risalgono gli ultimi oratori. Del 1735 è la seconda e ultima opera a stampa, Messa e salmi concertati a quattro voci con strumenti e ripieni, dedicata all’imperatore Carlo VI d’Asburgo; come atto d’apprezzamento, il monarca elevò il compositore al rango di consigliere imperiale, inviandogli un diploma che allude a un lavoro typis divulgatum «sub titulo Esemplare per li Giovani Compositori»; tale opera teorica sul contrappunto rimase in realtà allo stato d’abbozzo, ma già in questa forma fissò la formidabile erudizione dell’autore nonché il metodo dei successivi lavori analoghi di Giuseppe Paolucci e di Martini. Nel 1740 salì al soglio pontificio, con il nome di Benedetto XIV, il cardinale Prospero Lambertini, arcivescovo di Bologna: nel 1747 Perti decise di rendergli visita a Roma, in nome della familiarità che li aveva legati. Al viaggio a Roma può essere ricondotta l’idea della Messa a quattro cori (Kyrie, Gloria e Credo), composta nel 1749 in forme monumentali, ma aderendo ai dettami dell’enciclica Annus qui.

Morì il 10 aprile 1756 e fu sepolto in S. Petronio.

Per disposizione testamentaria, l’archivio musicale di Perti fu ripartito fra i Gesuiti di S. Lucia e la Fabbriceria di S. Petronio: questo secondo blocco del lascito – in esso confluì forse anche parte del primo, dopo la soppressione della Compagnia nel 1773 – è conservato nella basilica petroniana e contiene la maggior parte delle composizioni pertiane. Molte altre fonti di speciale importanza, tra le innumerevoli sparse nel mondo, sono conservate a Bologna, Museo della Musica, e a Modena, Biblioteca Estense Universitaria. Manca un catalogo delle opere, tramandate o quantomeno esistite, affiancate da rifacimenti e quasi tutte di genere vocale; se si eccettua la dispersione di quasi tutti i drammi per musica, avvenuta ancor vivente l’autore, l’insieme delle opere sembra pervenuto in massima parte; la loro straordinaria abbondanza è dovuta più alla longevità dell’autore che ai suoi ritmi produttivi, rallentati da un maniacale perfezionismo e dalle molte incombenze legate alla gestione del patrimonio.

Martini scrive di Perti: «sono così rare le prerogative che in esso si ritrovano nell’arte della musica, che non solo l’Italia, ma quasi tutta l’Europa ne è sparsa la fama. […] Fecero a gara molti cardinali, prencipi e signori per sentire le di lui composizioni; le opere in musica che egli fece sentire in varie città […] furono tanto gradite che nepur una, tra tante, ebbe stima ordinaria, non che bassa, cosa singolare accaduta in pochi. Egli si mostrò così fondato nell’arte, che anche nelle cose più ordinarie seppe farsi distinguere. L’espression delle parole, le cose più recondite dell’arte, le idee più maestose in ogni stile, la savia condotta, la profonda intelligenza non tanto in prattica che in teorica lo resero gradito agl’uditori e amato e stimato da’ professori». Additato come «uomo instancabile alla fatica, stimato e amato da tutti» e come «il più dotto» fra i maestri di cappella di S. Petronio, era inoltre «di tal finezza di gusto e talmente inclinato alla chiarezza, che non soffriva nelle sue composizioni alcun passo che fosse forzato e non fosse naturale», e «nella sua età avanzata […] era disposto a comporre in uno stile non solo artificioso, ma vivace e grazioso e […] seppe (secondo le circostanze) uniformarsi moderatamente al buon gusto de’ giorni nostri».