"Che bello un coro" - L'eleganza del riccio (M.Barbery)
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L'eleganza del riccio (Muriel Barbery)

— Che bello, un coro

Ieri pomeriggio c’era il coro della scuola. Noi dei quartieri chic a scuola abbiamo un coro. Nessuno lo considera una cosa antiquata, tutti fanno a pugni per partecipare, ma è super selettivo: monsieur Trianon, il prof di musica, sceglie con estrema cura i coristi. La ragione del successo del coro è proprio monsieur Trianon. Lui è giovane, bello e fa cantare sia i vecchi classici jazz sia le ultime hit, arrangiati con stile, Tutti si mettono in ghingheri, e il coro canta davanti agli altri alunni della scuola. Sono invitati solo i genitori dei coristi, altrimenti ci sarebbe troppa gente. La palestra è già piena zeppa così e c’è un’atmosfera fantastica.

E quindi ieri, destinazione palestra, di corsa, accompagnati da madame Maigre, visto che di solito alla prima ora del martedì pomeriggio abbiamo francese. Accompagnati da madame Maigre è una parola grossa; ha fatto del suo meglio per starci dietro, sbuffando come un mantice. Insomma, alla fine siamo arrivati in palestra, bene o male ci siamo tutti sistemati, mi sono dovuta sorbire davanti, dietro, di fianco, di sopra (sulle gradinate) delle conversazioni idiote in stereofonia (telefonino, moda, chi sta con chi, telefonino, i prof che fanno schifo, telefonino, la serata da Cannelle), e poi tra le acclamazioni sono entrati i coristi, vestiti di bianco e rosso, papillon per i maschi e scamiciati lunghi per le ragazze. Monsieur Trianon si è accomodato su un panchetto, spalle al pubblico, ha sollevato una specie di bacchetta con una lucina rossa lampeggiante in cima, è sceso il silenzio, ed ecco l’attacco.

Ogni volta è un miracolo. Tutta questa gente, tutte le preoccupazioni, tutti gli odi e i desideri, tutti i turbamenti, tutto l’anno scolastico con le sue volgarità, gli avvenimenti più o meno importanti, i prof, gli alunni così diversi, tutta questa vita in cui ci trasciniamo fatta di grida, lacrime, risate, lotte, rotture, speranze deluse e possibilità inaspettate: tutto questo scompare di colpo quando i coristi si mettono a cantare. Il corso della vita è sommerso dal canto, d’improvviso c’è una sensazione di fratellanza, di profonda solidarietà, persino d’amore, e le brutture quotidiane si stemperano in una comunione perfetta. Anche i visi dei coristi sono trasfigurati: non vedo più Achille Grand-Fernet (che ha una bellissima voce da tenore) né Deborah Lemeur né Ségolòne Rachet né Charles Saint-Sauveur. Vedo degli esseri umani votati al canto.

Ogni volta è la stessa storia, mi viene da piangere, ho un nodo alla gola e faccio di tutto per controllarmi, ma quando è troppo è troppo; a stento riesco a trattenermi dal singhiozzare, e quando c’è un canone, guardo per terra perché l’emozione è troppa tutta in una volta: è troppo bello, solidale, troppo meravigliosamente condiviso. lo non sono più me stessa, sono parte di un tutto sublime al quale appartengono anche gli altri, e in quei momenti mi chiedo sempre perché questa non possa essere la regola quotidiana, invece di un momento eccezionale del coro.

Quando il coro s’interrompe tutti quanti, con i volti illuminati, applaudono i coristi raggianti. È così bello. In fondo, mi chiedo se il vero movimento dei mondo non sia proprio il canto.