Lodate Dio con Arte


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Già venticinque anni fa, l’allora cardinale Ratzinger, si esprimeva così:  «Una Chiesa che si riduca a fare solo della musica corrente cade nell’inetto e diviene essa stessa inetta». Come si è arrivati all’attuale stato di disordine musicale che imperversa oggi in molte parrocchie italiane?

L’involuzione dei canti liturgici dagli anni ’60 ad oggi

Correva l’anno 1965, quando il maestro M. Giombini, forse ispirato dall’aria di rinnovamento post conciliare, scrisse La Messa dei giovani, una composizione dal sound beat, eseguita in prima assoluta l’anno successivo, presso l’Aula Borrominiana dell’Oratorio S.Filippo Neri alla Vallicella (Roma), alla presenza di oltre 2000 persone. I brani seguivano i momenti della celebrazione liturgica secondo lo schema della tradizione (Introito, Gloria, Graduale, Credo, Offertorio, Sanctus, Pater Noster, Agnus Dei, Communio), ma gli autori dei testi (G. Scoponi, T. Federici, padre C. Gasbarri) introdussero alcune modifiche alle formule dell’ordinarium missae.

Risultato? La Messa Beat fu un successo (trasmissioni televisive, concerti, tournée, 45 giri), tanto da favorire la proliferazione di numerosi complessi, alcuni dei quali divenuti famosi, come  Angel and the Brains, The Bumpers, Gen (Verde e Rosso). Da allora il canto d’assemblea non fu più lo stesso.

Certamente non si può criticare il Concilio per aver rivoluzionato la liturgia, tuttavia la scelta di abbandono della lingua latina aveva trascurato il vuoto nel repertorio canoro (che metteva a disposizione pochissimi canti in italiano), lasciando spazio a composizioni moderne non sempre adeguate: fu così che l’involuzione ebbe inizio.

Negli anni nelle nostre chiese sono risuonati canti desolanti, sempre più musicalmente impoveriti, banali. Si è sentito veramente di tutto: dal sound dell’Osanna eh (ripescato tra i canti scout), al Padre Nostro musicato sulle note di The soud of Silence, fino al terribile Alleluja delle lampadine. Brani che non sono espressione di un atto creativo, né di  proficua contaminazione di generi musicali, quanto il risultato di una improvvisazione, che poco ha a che fare con lo studio e la professionalità di chi realmente compone musica sacra. Brani che, nei risultati di ricerca di Google, compaiono in siti che raccolgono “filastrocche”!

Molta “musica” che si scrive oggi, invece, ignora, non dico la grammatica, ma perfino l’abbecedario dell’arte musicale. [..] non si era mai vista una degenerazione simile a quella attuale. [..] A che serve avere belle chiese, paramenti preziosi, eccellenti traduzioni dei testi liturgici, se la musica è penosa? [..] non esiste uno specifico organismo pontificio di vigilanza sulla musica liturgica. Questa sorta di silenzio ha di fatto consentito un’anarchica proliferazione dei più disparati esperimenti – condotti forse in buona fede – che, in molti casi, hanno introdotto nella musica liturgica un cumulo di banalità mutuate dalla musica leggera di consumo.

(mons. Valentino Miserachs Grau)

Messa Beat a Cafaggio (Prato) nel 1969

 

Occorre riformare la musica liturgica?

L’adozione di canti liturgici dai testi discutibili e di scarsa qualità musicale, appare evidentemente in contrasto con l’intenzione originale del Concilio Vaticano II e con la visione dell’attuale Pontefice. Nel libro Lodate Dio con arte (edito nel 2010), Benedetto XVI insiste ancora una volta sui temi del complesso rapporto fra teologia e musica sacra, musica liturgica e spiritualità dell’arte musicale, riprendendo una tematica a lui cara.

Vi è una misteriosa e profonda parentela tra musica e speranza, tra canto e vita eterna: non per nulla la tradizione cristiana raffigura gli spiriti beati nell’atto di cantare in coro, rapiti ed estasiati dalla bellezza di Dio.

(Benedetto XVI)

I canti della Messa non sono un intermezzo alla celebrazione liturgica, sono essi stessi liturgia e preghiera, e come tali devono esprimere la sacralità del Mistero, non essere deputati all’intrattenimento di fedeli sempre più distratti e annoiati.

Per porre un freno all’anarchia musicale, molti invocano il ripristino esclusivo del Gregoriano e l’imposizione dell’organo a canne come unico strumento per le funzioni. E’ chiaro che anche questa visione non è auspicabile, poichè escluderebbe dalla liturgia una grande quantità di composizioni che appartengono degnamente alla musica sacra.

Più che “riformare la musica liturgica”, è necessario “formare alla musica liturgica“. Le parrocchie non possono essere lasciate allo sbando, affidando la gestione dei canti a persone che, per quanto di buona volontà, sono spesso musicalmente incompetenti. Sarebbe buona cosa che questi animatori (coristi, catechisti, suore, ecc..) partecipassero a dei corsi formativi di studio della musica sacra; oppure che i parroci individuassero professionisti della musica a cui affidare, o con cui coordinare, la direzione dei gruppi di animazione liturgica.

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